Amunì

VOCI ERRANTI

scritto e diretto da Grazia Isoardi
coreografie di Marco Mucaria
luci di Cristian Perria
con protagonisti i detenuti del Carcere di Saluzzo: Alberto, Eric, Francesco, Marco, Mourad, Nabil, Oscar, Rayan, Salah, Simone, Stefano

 

La storia di nove fratelli che attraverso i giochi e i ricordi dell’infanzia ritornano a loro volta bambini. “…che cosa vuol dire essere padre? Chi me lo può insegnare? C’è un altro Padre? Cosa sarebbe cambiato nella mia vita se papà fosse stato presente?….” Pensieri di vite recluse, dubbi abitati dai sensi di colpa e responsabilità mancate, nostalgie d’infanzie negate che prendono forma sul palcoscenico in un contesto di festa dal sapore amaro dell’“assenza”.

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Questa è la storia di una famiglia, una grande famiglia. Tanti figli, tutti maschi perchè papà diceva che teneva il seme forte e mamma sapeva coltivare bene. Un giorno papà partì. Per dove? Non si sa. Per quanto? Non ce lo disse. Venti anni…e oggi, finalmente, torna a casa. Nostro padre torna a casa e facemu festa. Una grande festa!”

L’Associazione Voci Erranti, dall’anno 2002, gestisce il Laboratorio Teatrale permanente per i detenuti della Casa di Reclusione di Saluzzo (CN) ed ogni anno produce un nuovo spettacolo aperto alla cittadinanza e agli istituti scolastici della Provincia raggiungendo oltre duemila presenze di spettatori.

Da sempre, in accordo con le autorità competenti, il gruppo replica gli spettacoli in teatri esterni, anche fuori regione (Genova, Roma, Firenze, Milano, Torino…), perché realtà di teatro in carcere riconosciuta di eccellenza e raccogliendo sempre notevoli consensi sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori.

Nel 2013 nasce, con la regia di Grazia Isoardi, AMUNI’, spettacolo che parte dalla riflessione dei detenuti sul tema della paternità, dell’ essere contemporaneamente figli e padri, padri assenti e figli difficili, figli cresciuti senza padri non perché orfani, quanto privi di padri autorevoli, portatori di valori e testimoni delle responsabilità della vita.

Ora questi figli vivono nell’attesa del ritorno alla libertà e nel frattempo, diventati loro stessi genitori, attendono il ritorno del padre proprio come Telemaco fece con Ulisse.

AMUNI’ è la storia di nove fratelli che attraverso i giochi e i ricordi dell’infanzia ritornano a loro volta bambini. “…che cosa vuol dire essere padre? Chi me lo può insegnare? C’è un altro Padre? Cosa sarebbe cambiato nella mia vita se papà fosse stato presente?….”

Telemaco ha atteso il ritorno del padre, ha pregato affinché si ristabilisse nella sua casa, invasa dai Proci, la Legge, ma oggi nessuno sembra più tornare dal mare anche se tutti abbiamo, almeno una volta, guardato il mare in attesa che qualcosa da lì tornasse.

Pensieri di vite recluse, dubbi abitati dai sensi di colpa e responsabilità mancate, nostalgie di infanzie negate che prendono forma sul palcoscenico in un contesto di festa dal sapore amaro dell’“assenza”.

AMUNI’ è, oggi, un obiettivo raggiunto di crescita artistica ed umana del percorso di formazione offerto ai detenuti del carcere di Saluzzo.

 

HANNO SCRITTO

Metti sulla scena 11 sedie scompagnate, forse anche un poco scalcagnate, in mezzo uno scranno quasi “nobile”, una sorta di trono senza pretese, domestico; dietro quest’ultimo una piccola tavola imbandita, una tovaglia uscita dalla memoria a scacchi bianchi e rossi, una forse forma di formaggella, qualche suppellettile d’uso, nient’altro. Tutto fermo, come in sospeso, come in “attesa” e proprio l’attesa è il filo conduttore, un vero e proprio fil rouge, attorno al quale gira fresco, ma importante, “Amuni”, testo scritto e messo in scena da Grazia Isoardi. Metti un prologo dall’inizio intenso e poetico, pur nella sua semplicità, (“Questa è la storia di una famiglia,/ una grande famiglia./ Tanti figli tutti maschi,/ perché papà diceva/ che teneva il seme forte/ e mamma sapeva coltivare bene./Ma un giorno papà partì./ Per dove? Non si sa./ Per quanto non lo disse/ Per cosa? per portare qualcosa/ di più grande./ Vent’anni. E oggi finalmente ritorna,/ torna a casa./ E facemu festa. Una grande festa.”) e poco altro per portarci nell’atmosfera di attesa del ritorno del padre da parte di 11 fratelli 11. Il tutto raccontato al pubblico da un puntuale e preciso nei tempi, seppur emozionato, Eric.

“E facemu festa”, e che festa, allora, sia! E sulle note di “A far l’amore comincia tu” si sviluppa il primo balletto della spettacolo, che come le altre scene coreografiche o gli esilaranti mimi successivi, ci dicono di un gruppo d’attori assai affiatato e di un grande lavoro sull’autoconoscenza del proprio corpo e sul muoversi in sincrono. Un “bravo” per il lavoro del coreografo Marco Mucaria.

L’attesa si fa lunga, preoccupante, ma è l’occasione, forse irripetibile, per ripercorrere con flash back episodi familiari risalenti a vent’anni prima e oltre; credo che quasi tutti quei ricordi emersi dall’affiatatissimo gruppo d’attori, possano essere stati condivisi da una buona parte del pubblico che può aver rivissuto un antico difficile rapporto con la figura assente o magari monca o magari inespressa del padre. La mancanza del padre è il vero nocciolo dello spettacolo, una mancanza che può generare difficoltà e timori nel diventare o, invariabilmente, essere da tempo padri. L’ottimo Alberto, nel ruolo di un neo papà, nel sottofinale riesce con intensità ad universalizzare il contrasto: “Non ho ancora imparato a essere figlio, che devo imparare a essere padre”. Tornando alla spettacolo, che qui e là strizza, con misura, l’occhio alla rivista e alla clownerie, è giusto sottolineare alcuni significativi cammei attoriali: Marco che racconta i divertenti preparativi e il quasi surreale finale delle vacanze d’infanzia al mare; il frastornato e frastornante telecronista colombiano, interpretato da uno spigliatissimo, caotico e divertente Simone, alle cui spalle la “curva colombiana” è epressa da una prorompente azione mimica collettiva di grande effetto; nel finale di grande impatto Salah riesce a comunicare con naturalezza grandi emozioni a tutti. Convincenti le azioni mimiche del viaggio in torpedone e del bombardamento aereo. Dopo i convinti applausi, una ispirata esecuzione di Oscar di una canzone dedicata alla figura del padre. Da sottolineare la prova di Stefano che, dall’inizio alla fine, esercita con sobrietà e con bravura quasi il ruolo di regista in scena; commovente, da parte sua, il muovere appena le labbra nel seguire tutta la canzone del finale. Poi festa con ballo per tutti, attori e pubblico.

“Amunì” è andato in scena, domenica 22 novembre al Teatrolacucina Olinda all’interno del parco dell’ex ospedale psichiatrico milanese Paolo Pini nell’ambito del IV festival di Teatro Carcere “Prova a sollevarti dal suolo” presentato dalla I Casa di Reclusione Milano Opera e da Opera Liquida. Del festival, della sua particolare importanza e delle sue tematiche Sonda.Life ha già trattato nelle sue pagine con un articolo di Daniel Battaglia. Il festival si concluderà il 3 dicembre con “Non più i luoghi dell’altro”. Presso Stabile in Opera – I Casa di Reclusione Milano Opera. Opera Liquida con detenuti ed ex detenuti del Carcere di Opera montaggio drammaturgico e regia di Ivana Trettel “Amunì” è stato presentato da Voci Erranti con i detenuti del Carcere di Saluzzo. Attori: Alberto, Eric, Francesco, Marco, Mourad, Nabil, Oscar, Rayan, Salah, Simone, Stefano. Testo e regia di Grazia Isoardi, coreogafie di Marco Mucaria.

Adelio Rigamonti, Sonda.Life

ottobre 2 @ 20:45
20:45 — 22:15 (1h 30′)

San Pietro in Vincoli Zona Teatro

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